Badanteforzata’s Weblog

“Ma, tuo fratello non si decide a far qualcosa per aiutarti?”

Questo è mio marito che torna alla carica. Mi vede stanca e stressata e vorrebbe in qualche modo alleggerirmi il compito. Mi sono già rivolta a mio fratello chiedendogli di prendersi cura del padre per qualche tempo, ma a casa sua. Lui con la sua degna moglie mi ha risposto che la sua casa non è adatta.

“Ci sono dei gradini ”

“Si possono fare degli scivoli”

“Ci vuole un letto adatto”

“Gli portiamo quello che sta usando qui”

“Noi dormiamo su e lui dovrebbe stare giù”

” Ci sono i walk-tolky”

” Ma i miei letti, ci sono i miei letti, dove li metto?”

A questo punto ho desistito e mi sono rassegnata… per un po’.

Ma intanto le cose sono peggiorate. Mio padre ha incominciato a dar di matto. Certe notti non dorme. Allora comincia a lamentarsi, un lamento monotono e ininterrotto: “Aio, aio…”

poi si aggrappa alle sbarre del letto e cerca di tirarsi su e di alzarsi, naturalmente non ci riesce e torna giù, quindi riprova ancora. Può andare avanti così per ore, senza interrompere mai il suo lamento. Nel suo tentativo di liberarsi, butta all’aria le scoperte.

Io ho tentato di ignorarlo, pensando: “prima o poi la smetterà e si addormenterà”

L’ho ritrovato completamente nudo dalla cintola in giù e le coperte sparse in tutta la camera.

Ora, quando lo sento lamentarsi, mi alzo e lo porto in soggiorno e li aspettiammo insieme che si faccia giorno.

Allora son tornata alla carica con mio fratello.

“Senti, io non ce la faccio più. Ho deciso porto babbo al ricovero.”

” Ah, si si, fai pure”

” Però i suoi soldi non bastano per pagare la retta. Dovremo contribuire tutti e due”

“Ah, ma io ho una misera pensioncina, non posso dar niente!”

Dal giorno non l’ho più visto.

Dunque non ho più visto mio fratello e penso che non lo vedrò più per un bel po’ dopo ciò che mi ha combinato mio marito. Dopo la frase:

“Ma tuo fratello…”

che ho riferito all’inizio di questo articolo, io tutta fiera di me:

“Ah! Si! gli ho parlato!

Gli ho detto che non ce la faccio più e che porterò babbo al ricovero.”

“Come? Tu lo porterai al ricovero? No, se vuole questa responsabilità se la prende lui! E’ lui che non lo vuole , non tu.”

E io a pensare: mannaggia, anche questa volta ho sbagliato tutto.

<dopo qualche giorno viene a trovarci Carlo figlio di mio fratello. E mio marito:

“Allora tuo padre?”

“Zio, io non so cosa fare.”

“TU GLIELO DEVI DIRE.LUI DEVE PRENDERSI LE SUE RESPONSABILITA’. ANCHE LUI DEVE OCCUPARSI DEL PADRE.TUA ZIA SI STA ESAURENDO.E’ SEMPRE QUI NON HA UN GIORNO DI LIBERTA’, LA NOTTE NON DORME.”

“Zio, io capisco la situazione, ma più che dirglielo altro non posso fare.”

“NON BASTA DIRGLIELO, DEVI FARGLIELO CAPIRE. A NOI NON SERVE CHE VENGA UNA MEZZORA OGNI TANTO PER FAR VEDERE ALLA GENTE CHE VIENE A FAR VISITA AL PADRE. DIGLIELO PURE CHE E’ MEGLIO CHE NON SI FACCIA PIU’ VEDERE.”

“Ma zio… a me dispiace… ti giuro che se potessi lo prenderei io nonno, a casa mia!

“NOI LO DOVREMMO METTERE AL RICOVERO? NO, NOI LO PORTIAMO IN OSPEDALE E LO LASCIAMO LI’ E NON ANDIAMO PIU’ A TROVARLO. SE VUOLE SE NE OCCUPA LUI. DIGLIELO PURE CHE NONNO DA QUESTO MOMENTO NON HA PIU’ NESSUNO”

E cosi l’incolpevole Carlo se ne va mogio mogio e penso che anche lui non lo vedremo tanto presto.
Qualche giorno fa è venuta Ada, la moglie di Carlo.
“Zia, tutto bene? Nonno?”
Si affaccia in soggiorno e lo vede vuoto. La vedo sbiancare. Avrei potuto infierire e dire:
” Nonno? In ospedale!”
Invece mi sono limitata a rispondere :
“Sta riposando”
Ho letto il sollievo nei suoi occhi.
Ed ora?.. Ora devo aspettarmi qualche altra mossa da mio marito. Perchè per lui la cosa non finisce qui.
Quando si propone qualcosa non si dà pace finchè non ha raggiunto il suo scopo.

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Cosa ci faccio a quest’ora al computer? Anche oggi mio padre ha deciso che alle quattro del mattino era ora di alzarsi. Ed eccoci qui già da un bel po’, lui sulla sua sedia a rotelle che, stralunato, si guarda intorno e dice “Qui non ci sono mai stato” e io che ho tento di lavorare ad uncinetto, ma la vista mi si stanca in fretta e mi lacrimano gli occhi. Allora faccio colazione, accendo il pc e comincio a scrivere. Così il tempo scorre più veloce e arrivano in fretta le otto quando qualcuno verrà a liberarmi dalla mia prigionia.

Allora”il mistero della camicia  scomparsa”.

Qualche giorno fa mio marito mi chiede che fine ha fatto una sua camicia bianca a righe blu.

“E’ nel contenitore della roba da lavare. Oggi metto la lavatrice e lavo anche quella.”

E cosi è stato. La camicia è stata lavata e stirata.

“Ma non è questa la camicia che cercavo! E’ quasi uguale, ma ha le strisce un po’ più scure.”

“Sei sicuro? La roba è stata lavata tutta e anche stirata. Altra camicia non ce n’è. Non è che l’hai dimenticata in albergo nel tuo ultimo viaggio?”

“Ma non dire fesserie, l’ho usata non più di dieci giorni fa.”

Io già alla parola “fesserie” mi sento molto offesa e ribatto che sicuramente si sta sbagliando e che questa sua camicia non è mai esistita se non nella sua testa.

Mi si chiederà:

“Ma non conosci tutte le camicie di tuo marito?”

No, non le conosco. E’ lui che se le compra. Io non tengo il conto.

Comunque questa cosa mi ha preoccupato un bel po’.  Visto quel che mi è successo da poco, non sarò davvero responsabile di questa sparizione? Con la mia mania di liberarmi delle cose ,  avrò preso questa fantomatica camicia e infilatala in una busta l’avrò buttata nel secco e ora non mi ricordo più di averlo fatto?

No!!! Non può essere! Non sono dentro un film horror!

L’ipotesi più probabile è che mio marito si sia davvero sbagliato. Lui con i colori non è molto affidabile. E’  presbite e per di più daltonico. Io continuo a pensare che l’ha dimenticata da qualche parte come spesso gli succede.

Si, sono ancora schoccata per quel che mi è successo qualche giorno fa. Entro in farmacia e la dottoressa mi dice:
“Signora, il collaudo della carrozzina e del deambulatore l’ha fatto poi?”
“Si, mercoledì scorso come era previsto”
“Tutto bene?”
“Si”
“Ma i fogli che le ho consegnato come mai non me li ha restituiti?”
” Fogli? Ho consegnato tutto al medico e non mi ha reso niente.”
“Non può essere! Quei fogli li devo rimandare indietro alla ditta per il rimborso da parte della ASL”
Siamo state lì a congetturare per un po’ sul perchè e per come tutto questo era successo.
“Forse perchè non c’era il medico che aveva fatto la prescrizione? Forse perchè si sono distratti per via dell’emergenza?…e via di seguito.
Ma in conclusione non mi rimaneva altro da fare che tornare alla ASL e reclamare i fogli.
L’indomani era mercoledì, giorno dei collaudi, dunque potevo rintracciare la dottoressa in questione. Dopo aver portato mio padre, sotto una quanto mai rara pioggia battente, dal fisiatra, mi scapicollo alla ASL. Naturalmente i medici sono già andati via, è mezzogiorno! Vago per un po’ nei corridoi vuoti finchè vedo da lontano una persona che mi sembra l’infermiera che una settimana prima assisteva la fisiatra. La seguo ma subito mi rendo conto che non è lei. Le espongo comunque il problema. Lei inaspettatamente mi invita a seguirla. Andiamo nell’ambulatorio, comincia a frugare tra le varie pratiche e poi:
” Signora, mi dispiace, ma non trovo niente. C’è la sua pratica ma non ci sono i fogli che lei sta cercando. E’ sicura che la dottoressa non glieli ha dati?”
E io:
“Si, si sono sicura mi ha riconsegnato la busta vuota, vede ce l’ho ancora in borsa”
E mentre dico così tolgo fuori la busta vuota, ma intanto continuo a rovistare tra le tanta carte che ci sono dentro la borsetta e improvvisamente mi ritrovo tra le mani due fogli ben piegati che potevano entrare perfettamente nella busta. Li apro e… erano proprio loro quei fogli che io giuravo a spergiuravo di non avere avuto indietro.
Sono rimasta inebetita e ancora oggi mi chiedo come sia stato possibile dimenticare totalmente di averli presi e messi in borsetta.

E’ un classico. Tutte le persione anziane che escono fuori di testa vogliono tornare a casa.
Una non ben identificata casa che spesso corrisponde a quella nella quale si è vissuti da bambini.
Anche mio padre vuol tornare a casa. Non tutti i giorni però. Quando non succede, mi illudo che sia tornato quello di sempre e che ogni cosa nella sua testa abbia ritrovato la sua giusta collocazione.
Ma se lo porto fuori a fare una passeggiata con la sua sedia a rotelle, o se vengono a trovarci amici e parenti, quando rientriamo e quando i nostri visitatori ci lasciano nuovamente soli, ricomincia la sua fissazione.
“Aiò ca sind andaus” (Dai che andiamo via)
“Dove”
“A casa nostra”
“Siamo già a casa nostra”
“NO, casa nostra è sù”
Qualunque cosa io dico per convincerlo non serve.
Ieri notte ho deciso di assecondarlo.
Per quasi tutto il giorno abbiamo avuto compagnia: mio genero, sua figlia, mia figlia e di sera anche mio figlio col suo bambino. Quando tutti sono andati via ha ricominciato ad agitarsi, ha cercato di alzarsi dalla sedia a rotelle, scavalcando le pedane.
“Dai che andiamo a casa”
” Si babbo, prima ceniamo e poi andiamo.”
Dopo cena gli ho infilato un giubotto e
“Dai, rientriamo.”
L’ho portato fuori, gli ho fatto fare un bel giro per le strade del paese e poi siamo tornati a casa.
Non ha mostrato nessuna sorpresa. Con calma ha atteso l’ora di andare a letto. Questa volta è andata bene. E la prossima?

Ieri sono stata alla ASL dal fisiatra per il collaudo della sedia a rotelle e del deambulatore. Come al solito l’andito e la sala d’attesa erano pieni di persone in attesa di diversi specialisti. appena arrivata un’infermiera mi informa che dottor P. il medico che si occupa dei collaudi è assente, ma che la sua sostituta se ne sarebbe comunque presa carico. Rinfrancata, mi dispongo ad aspettare pazientemente. Dopo un po’ mi si affianca una signora, abbastanza giovane, sui quaranta credo, cappelli castani ,lunghi e mossi, un viso grazioso dai lineamenti delicati.
“Anche lei per il collaudo?” mi sento dire.
Allora vedo che vicino a sè ha una carrozzina, un deambulatore e qualche altra cosa, forse delle stampelle.
“E’ per mio padre ” dice “ha il morbo di Parkinson…”
E continua a parlare initerrottamente, a spiegarmi, a raccontare tutte le difficoltà cui devono andare incontro, ogni giorno, lei e sua madre anziana e malandata per assistere suo padre. Un fiume in piena , inarrestabile.
La guardo spaventata, mi sembra di vedermi allo specchio.
“Ma questa sono io, mi devo controllare,”penso” chissà che noia per chi mi ascolta! Mi devo controllare.”
Anche io, ogni volta che qualcuno mi chiede notizie di mio padre parto come un turbo:
“Si fisicamente sta abbastanza bene, si è ripreso molto, ma con la testa…”
E via a raccontare tutti i fatti e i misfatti del giorno e non solo.
Si le badanti forzate siamo tutte uguali. Improvvisamente mi ricordo di una
persona di mia conoscenza che ho incontrato qualche giorno fa. Anche lei assiste sua madre, ormai centenaria ma ancora perfettamente autosufficiente.
“Voi non immaginate neppure quanto mi tiranneggia, lei è più forte di me, sono io la sua vittima!” e via…un fiume di parole.

Come tutti sanno, dopo una frattura, bisogna ricorrere alla fisioterapia per la riabilitazione. Quando mio padre ha terminato il primo ciclo l’ho portatao in ospedale per una visita di controllo in seguito alla quale gli viene prescritto un altro ciclo. Il medico scrive la richiesta in due diversi fogli uno bianco che contiene anche il suo referto e nella ricetta rosa che tutti conosciamo. Soddisfatta mostro il tutto alla fisioterapista.

“No!!!!! questa prescrizione non va bene!” Non c’è scritto domiciliare. Al centro non l’accettano.” Mi sento dire

“Ok”, faccio io “torno in ospedale e me la faccio correggere”

Mi metto in viaggio, 30 chilometri all’andata e 30 al ritorno. Naturalmente non trovo il medico che sto cercando, ma un suo collega che gentilmente si offre di riscrivere la ricetta rosa, ma non può far niente sul foglio bianco. Accetto la sua offerta e torno a casa dopo aver sentito che lo specialista che cercavo sarebbe stato di turno la sera dalle 8 in poi.

Arriva la fisioterapista, le mostro tutto. altre esclamazioni scandalizzate

TO BE CONTINUED

“Non va bene! Non va bene! La cosa più importante è il foglio bianco!”

Rassegnata penso: altro viaggio.

Questa volta, per non farmi viaggiare da sola di notte, si offre di accompagnarmi mia figlia che però ha mal di testa. Dovete sapere però che il suo mal di testa è sempre accompagnato da nausea e ahimè spesso e volentieri da vomiti. Incuranti di tutto ciò partiamo. Arrivata in ospedale, mi preparo ad una lunga attesa, un’infermiera alla quale mi rivolgo mi dice infatti che il medico non è ancora arrivato e che entra in servizio alle nove. Guardo il cellulare, sono appena le otto. Intanto mia figlia al culmine della sua crisi di emicrania se ne va fuori a prendere boccate di aria fresca lottando disperatamente con il suo malessere crescente.

All’improvviso si apre una porta dalla quale esce la persona che sto aspettando. Che sollievo! Mi avvicino gli espongo il mio problema e lui “Ho capito vogliono il programma”
E io “non importa, basta che aggiunga DOMICILIARE in entrambi i fogli”
Si riparte.
Durante il viaggio, mia figlia diventa sempre più silenziosa. Risponde a monosillabi e a denti stretti, concentrandosi con visibile sforzo sulla guida. Io ben presto ammutolisco per non disturbarla. A circa otto chilometri da casa:
” Devo fermarmi!!!” la sento dire
Accosta, velocemente si precipita fuori e china sul ciglio della strada vomita.
L’indomani mattina, fiera della mia missione, consegno i due fogli alla fisioterapista. Non ci crederete voleva il famigerato programma.
Non c’è altro da fare devo farmi altri trenta chilometri all’andata e trenta al ritorno, senza sapere se troverò o no il medico.
Prima tento di raggiungre il reparto di traumatologia per telefono. Ma come ormai tutti hanno sperimentato nessuno risponde più al telefono! Dopo qualche squillo si inserisce una voce neutra che ti invita a fare una scelta tra le opzioni che ti propone. Ma se nessuna delle opzioni proposte ti interessa che devi fare? Partire e fare la tua richiesta di persona!
Naturalmente non ho fortuna il medico non c’è, è il suo giorno libero . Prima mi maltratta e mi caccia via un infermiere, poi un’infermiera gentile finalmente mi fa sapere che l’indomani il dottore sarebbe stato di servizio tutto il giorno.

Ed eccomi puntualissima in ospedale il giorno seguente. Dopo una breve attesa, appare lui. Mi guarda un po’ perplesso ed io :
“Scusi dottore , mio marito comincia a preoccuparsi. Ho paura che sia convinto che lei voglia iniziare una storia con me!”
Naturalmente non mi prende sul serio e mi chiede che cosa voglio ancora da lui.
“Voglio il programma”
“Ma glielo ho detto l’altro giorno! Allora è lei che mi vuol vedere!”
E così finalmente ho il mio bel programma da presentare alla fisioterapista.
Me ne torno a casa tutta soddisfatta.
Per ottenere questo benedetto foglio ho fatto ben cinque viaggi per un totale di 300 chilometri, da non credere!
Per colpa di chi? Me la devo prendere anch’io con la mala sanità?